venerdì 23 febbraio 2024

Creugante , Damosseno e Perseo trionfante - Antonio Canova - Musei Vaticani

Creugante , Damosseno e Perseo trionfante

Antonio Canova

Musei Vaticani 


La statua di Perseo venne realizzata da Antonio Canova tra il 1800 ed il 1801 ed acquistato (per 3000 zecchini) l'anno successivo, insieme alle altre due statue i pugilatori Creugante e Damosseno da Pio VII.

La statua rappresenta Perseo trionfante nel momento in cui ha appena reciso la testa della Gorgone Medusa, con la falce datagli da Ermes. Le Gorgoni erano tre mostri che abitavano nell'estremo occidente, non lontano dal regno dei Morti. La loro testa era circondata da serpenti, possedevano ali che permettevano loro di volare e uno sguardo che tramutava in pietra chiunque le guardasse.

 Una volta trovato il covo dei mostri, Perseo si innalzò in cielo grazie a sandali alati e, mentre Atena teneva al di sopra di Medusa uno scudo che facesse da specchio per evitare che l'eroe la guardasse negli occhi, decapitò il mostro.  Atena in seguito utilizzerà la testa di Medusa ponendola sul suo scudo, così che i nemici si trovassero trasformati in pietra al solo apparire della dea. 

Il Perseo fu ceduto alla Repubblica Cisalpina per il nuovo Foro Bonaparte di Milano. In seguito la statua fu acquistata dal pontefice Pio VII e posta sul piedistallo dell'Apollo del Belvedere, il quale era stato trasportato in Francia a seguito del Trattato di Tolentino con il quale i francesi si riservarono il diritto di entrare in tutti gli edifici (pubblici, privati o religiosi) per sottrarre le opere. Le tre sculture furono qui collocate per colmare in qualche modo la perdita di buona parte dei capolavori dell'arte classica asportati dal cortile e trasferiti in Francia.

Ai lati del Perseo sono poste le statue di Creugante di Durazzo e Damosseno di Siracusa, due pugilatori; lo scultore per la realizzazione si ispirò ad una descrizione di Pausania, che racconta come i due atleti nei giuochi Nemei avessero lungamente lottato quando Damosseno, con un colpo proibito, sventrò il rivale che morì, Creugante fu proclamato vincitore dai giudici, mentre Damosseno fu squalificato.

Ercole e Lica - Antonio Canova - Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea

Ercole e Lica

Antonio Canova

Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea 



Il gruppo scultoreo di Ercole e Lica fu scolpito da Antonio Canova fra il 1795 e il 1815.

L’opera fu commissionata al grande scultore dal Principe Onorato Gaetani d’Aragona nel marzo del 1795 per esaltare attraverso una scultura grandiosa e potente la dinastia dei Borbone a Napoli. 


Il gruppo scolpito da Canova raffigura una storia narrata dagli antichi poeti.

Ercole impazzisce per il dolore che gli provoca la tunica intrisa nel sangue avvelenato del centauro Nesso e afferra il giovane Lica per buttarlo in aria. Lica era reo di aver consegnato senza sapere niente la tunica a Ercole su ordine di Deianira.


Canova iniziò a metter mano al modello dell’opera dopo aver ricevuto l’incarico ma interruppe e riprese i lavori più volte. Dopo le vicende che stravolsero Napoli con l’arrivo dei francesi, il principe ritirò la commissione a Canova. L’opera però, nel 1800, fu comprata dal banchiere romano Giovanni Raimondo Torlonia.


Nel momento in cui l’opera fu esposta, riscosse un enorme successo ma in un secondo momento la critica si scagliò aspramente contro questo capolavoro di Canova, ritenendolo solo un’opera accademica priva emozione.


Ercole fu scolpito da Canova nel massimo momento di rabbia, espressa non solo attraverso il suo volto irato ma nella tensione muscolare del corpo.

Raffigurato nel momento in cu solleva Lica per un piede. Il giovane sventurato cerca di opporre resistenza invano, aggrappandosi all’altare che è posizionato alle spalle di Ercole e alla pelle di leone che si trova ai suoi piedi.

Un istante dopo Lica sarà scagliato fra i flutti del mare.

Paolina Borghese come Venere vincitrice - Antonio Canova - Galleria Borghese

 Paolina Borghese come Venere vincitrice

Antonio Canova

Galleria Borghese


Paolina Borghese come Venere vincitrice è un ritratto scultoreo seminudo, realizzato a grandezza naturale, in stile neoclassico, dal maestro italiano Antonio Canova.

I lavori furono eseguiti a Roma, nel periodo dal 1805 al 1808, per ordine del marito di Paolina Bonaparte, Camillo Borghese, in onore del matrimonio della sorella dell’imperatore francese con un rappresentante della famiglia principesca. Quando la scultura fu completata, fu trasportata a Torino, dove si trovava la villa di Camillo, successivamente a Genova, e solo nel 1838 l’opera del maestro giunse alla Galleria Borghese.


Lo scultore ha ritratto la principessa francese, che ha causato molti pettegolezzi tra i suoi contemporanei con il suo comportamento licenzioso, nell’immagine della dea dell’amore carnale Venere, che, secondo l’antica mitologia greca, ha vinto una vittoria al processo di Paride. Così, il maestro ha sottolineato l’appartenenza di Paolina (1780-1825) a una famiglia nobile e potente, la sua alta posizione nella società. 


L’eroina giace, seminuda, su un divano, elegantemente decorato con i drappeggi e inserti dorati, le sue dita sottili reggono una mela donata da Paride in riconoscimento della superiorità di Venere sulle altre dee. La sua grazia antica, dietro la quale si nasconde una certa astuzia, si combina armoniosamente con un sorprendente naturalismo nel trasmettere le complesse pieghe di tessuto che coprono i fianchi seducenti.

Per creare il suo capolavoro, Canova ha preso in prestito una trama dall’antica mitologia greca. Ha ritratto Paolina come una diva che tiene una mela nella mano sinistra. Questo dettaglio ricorda la vittoria nella competizione tra tre dee più belle dell’Olimpo: Hera (Giunone), Atena (Minerva) e Afrodite (Venere). La mela rappresentava il premio per la più bella.



L' Abisso - Pietro Canonica - Museo Pietro Canonica

L' Abisso 

Pietro Canonica

Museo Pietro Canonica


L’abisso è un gruppo marmoreo realizzato nel 1909 dallo scultore piemontese Pietro Canonica, del quale una copia è conservata nell’atrio di Palazzo Koch a Roma, sede centrale della Banca d’Italia, e un’altra copia è esposta nel Museo Pietro Canonica a Villa Borghese, detta anche La Fortezzuola, sempre nella città di Roma.

L’abisso raffigura un abbraccio passionale tra un uomo e una donna  e richiama il tema dell’amore di “Paolo e Francesca” cantato da Dante Alighieri nella Divina Commedia.

Le due figure, consapevoli della perdizione morale, sono rappresentate in ginocchio, strette in un forte abbraccio, in una posizione laterale e non frontale, con il viso e il corpo del primo poggiato lateralmente sul viso e sul corpo della seconda.

L’impatto generale è rappresentato dalla paura dei due giovani inginocchiati per terra, con lo sguardo verso un punto comune: lui è combattivo e protettivo nello stesso tempo; lei coraggiosa, senza nascondere la paura, si mette davanti a lui e contemporaneamente lo stringe forte a sé con il suo braccio e la folta chioma di capelli. In altre parole l’abbraccio lascia presagire il dolore consapevole che il destino ha loro prefissato, senza tuttavia voler cedere, assorbendo le forze dall’amore che li unisce.

 

Ritratto di Carlo I d'Angiò - Arnolfo di Cambio - Musei Capitolini

 Ritratto di Carlo I d'Angiò

Arnolfo di Cambio

Musei Capitolini


Il Ritratto di Carlo I d'Angiò è un'opera di Arnolfo di Cambio scolpita verso il 1277 ed oggi conservata ai Musei Capitolini di Roma. Si tratta di una statua in marmo alta circa 160 cm., anticamente collocata nella basilica di Santa Maria in Aracoeli a Roma.

Il sovrano è raffigurato seduto, su un trono con protomi leonine, con in mano i simboli regali ben in vista (corona e scettro), in un atteggiamento di maestosa dignità, ma anche di realistica fisicità.

Prima della realizzazione di questa statua c’erano stati solo sporadici tentativi di riproduzione delle fattezze di personaggi esistenti, e solo in alcuni monumenti funebri. Qui invece c’è un ritratto di un sovrano vivente e a grandezza naturale.

Se si osserva bene il suo volto, si possono vedere perfino i solchi delle rughe, simbolo che qualcosa stava nuovamente cambiando nel linguaggio artistico.

Insomma, così come la testa di Costantino segnava il passaggio dall’arte classica a quella medievale, la testa di Carlo I d’Angiò segna il ritorno alla ritrattistica, ed il passaggio dall’arte medievale a quella rinascimentale.



San Giacomo Maggiore - Jacopo Sansovino - Chiesa di Santa Maria di Monserrato degli Spagnoli

San Giacomo Maggiore

Chiesa di Santa Maria di Monserrato degli Spagnoli

Jacopo Sansovino


La terza cappella a sinistra della Chiesa di Santa Maria in Monserrato degli Spagnoli, voluta per sé e la sua famiglia dal canonico Francisco Robuster (†1570), è dedicata al Santissimo Crocifisso.

Nel 1882 fu collocata al suo interno la statua di San Giacomo il Grande, Patrono di Spagna, di Jacopo Tatti detto il Sansovino, commissionata dal cardinale Jaume Serra (†1517) per la sua cappella in Santiago. La conchiglia è un'aggiunta del 1822, non prevista dall'artista.

La solenne scultura con San Giacomo, è forse il miglior capolavoro romano dello scultore. Il santo pellegrino dalla possente volumetria è colto mentre incede fiero e quasi eroico e pare voler uscire dall’altare che lo ospita.



 

La Madonna del Parto - Jacopo Tatti – Il Sansovino - Chiesa di Sant’Agostino

La Madonna del Parto

Jacopo Tatti – Il Sansovino

Chiesa di Sant’Agostino 


La statua  della “Vergine col bambino” o comunemente conosciuta con il nome della “Madonna del Parto” è una scultura in marmo che si trova a Roma all’interno della Basilica di Sant’ Agostino in Campo Marzio, nel rione Sant’Eustachio, e venne realizzata tra il 1516 e il 1521 dall’architetto e scultore di origine fiorentina Jacopo Sansovino (Jacopo Tatti detto il Sansovino) a seguito di incarico della famiglia Martelli di Firenze.

La Vergine con il bambino sulle gambe è adagiata su una ampia seduta in marmo e secondo una antica leggenda romana sarebbe una statua realizzata in stile classico raffigurante l’immagine di Agrippina che tiene fra le braccia il piccolo Nerone.

Questa leggenda rimane in vigore per diverso tempo e solo a partire dall’Ottocento la statua della “Vergine col bambino” assume una certa sacralità e viene considerata la protettrice delle donne incinte e in procinto di partorire, ovvero che volevano restare incinte.

Invero, nel corso dell’Ottocento la maggior parte delle donne romane si recano presso la statua del Sansovino per pregare e manifestare la loro fede e devozione. Per tali ragioni la statua prende il nome della “Madonna del parto” così come si ricava dall’ iscrizione sulll’architrave che recita “VIRGO GLORIA TUA PARTUS” . Diventa in questo modo la statua romana più ammirata e venerata fino ai nostri giorni.

Ad aumentare la fama e la notorietà della statua della “Madonna del parto” ci pensa papa Pio VII che nel 1822 concesse l’indulgenza a chi avesse baciato il piede che sporge dall’ampio panneggio della Vergine. Ciò comportò che col passare del tempo il piede di marmo dovette essere sostituito con un piede di argento.

Infine con riguardo la popolarità della statua della “Madonna del parto” il poeta romano Giuseppe Gioachino Belli le dedica un ironico sonetto romanesco prendendo di mira la mole di gioielli e monili che si trovano sulla statua, oggetti donati dalle donne romane quale forma di gratitudine e riconoscenza ex voto.





Battesimo di Cristo - Francesco Mochi - Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini

Battesimo di Cristo

Francesco Mochi

Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini 


La famiglia Falconieri, già intorno al 1630 si era posta come obiettivo di intervenire sul presbiterio della basilica di San Giovanni Battista dei fiorentini al fine di dare luce al proprio casato e, in realtà, riuscì nell’intento.
La commissione del Battesimo di Cristo fu data a Francesco Mochi da parte di Orazio Falconieri e venne realizzata tra il 1634 e il 1644.

San Giovanni Battista, ossuto, magro per le privazioni, con la bisaccia a tracolla, cinto solo da un povero lembo di stoffa battezza nostro Signore. E Gesù si inchina umilmente di fronte al cugino di qualche anno più anziano. Lui, il figlio di Dio, emozionato come un qualsiasi fedele che in età adulta, e dunque pienamente cosciente, riceva il Battesimo. Per salvare le apparenze e dargli un tono minimamente acconcio, Mochi cinge Gesù con un drappo di sentore un poco più antico, più classico.

Per mutata disposizione dei committenti e per la decisione di cambiare il disegno dell’Altare Maggiore, l’opera inizia a peregrinare di luogo in luogo per quasi 400 anni passando da Palazzo Falconieri fino a Ponte Milvio ( dove tutt’ora sono presenti le copie delle statue ) fino ad approdare, insieme con altre due scultore di Mochi , i Santi Pietro e Paolo, previsti per San Paolo fuori le Mura e poi finiti a Porta del Popolo, nell’atrio del Museo di Roma di Palazzo Braschi.

Dopo un girovagare durato quasi quattro secoli il gruppo scultoreo ha trovato 2017 una collocazione
stabile all'interno di S. Giovanni dei Fiorentini,



Statua di Innocenzo X Pamphilj - Alessandro Algardi - Musei Capitolini

Statua di Innocenzo X Pamphilj

Alessandro Algardi

Musei Capitolini


Nel marzo del 1645, in vista dei festeggiamenti dell’Anno Santo, il Consiglio Segreto e il Consiglio Pubblico dei Conservatori deliberarono di erigere al pontefice regnante, Innocenzo X Pamphilj (1644-1655), una statua onoraria in bronzo da destinare al Palazzo Nuovo, edificio che si andava perfezionando per volontà dello stesso papa sulla piazza del Campidoglio, di fronte al cinquecentesco Palazzo dei Conservatori.


La statua fu terminata nel 1650 e collocata nella Sala grande del Palazzo dei Conservatori. In seguito, prima del 1671, il bronzo trovò la sua collocazione definitiva nel Salone principale del Palazzo Nuovo, da poco ultimato. Salvatosi miracolosamente dai furori dell’occupazione francese di fine ‘700, il bronzo fu trasferito nel 1818 nel Salone degli Orazi e Curiazi per volontà di Pio VII e collocato sul piedistallo originale, sulla parete breve di fondo della Sala, fra le due porte.

In un primo tempo l’incarico di realizzare la statua in onore di Innocenzo X era stato assegnato Francesco Mochi, esperto bronzista e notissimo scultore . L’incarico però non ebbe seguito e alla data del 13 marzo del 1646 il bronzo risulta affidato allo scultore bolognese Alessandro Algardi, già attivo a Roma in quel periodo.




giovedì 22 febbraio 2024

Santa Cecilia - Stefano Maderno - Santa Cecilia in Trastevere

 Santa Cecilia -

Stefano Maderno

Santa Cecilia in Trastevere -


La Santa Cecilia, opera in marmo del 1610 che si trova presso la chiesa di Santa Cecilia in Trastevere , è probabilmente l'opera più famosa dello scultore Stefano Maderno.

L'opera è particolarissima fin dalla posa che l'autore sceglie per il corpo della santa: secondo una tradizione, riprodurrebbe la posizione in cui fu ritrovato il corpo della martire mentre venivano avviati i lavori di scavo per le fondamenta della chiesa che oggi ospita la statua. Tuttavia, un documento rintracciato da Tomaso Montanari, afferma che le spoglie giacevano in un'altra posizione.

Si tratta di un'opera di capitale importanza dell'arte del Seicento in quanto si fa anticipatrice delle tendenze successive, per il fatto che Stefano Maderno mira a creare un capolavoro che commuove l'osservatore: il suo fine principale è quello di suscitare un'emozione in chi guarda l'opera, che deve essere colpito dal contrasto tra la morbidezza, il candore e la bellezza del corpo minuto della santa (riprodotto a grandezza naturale), e il suo sacrificio per testimoniare la fede, sottolineato anche dall'evidente taglio all'altezza del collo, che rappresenta il particolare più crudo dell'opera.

Si trattava di un messaggio in linea con le idee della Controriforma (l'opera fu del resto commissionata da un importante esponente della Chiesa, il cardinale Paolo Emilio Sfondrato) e che, appunto, anticipava quello che sarebbe stato uno dei fini principali dell'arte barocca: emozionare e colpire fortemente l'osservatore. 
E in più, trattandosi di una realizzazione verosimile, andava a collocarsi nel solco degli studi che all'epoca venivano condotti da Caravaggio e Annibale Carracci, tenendo anche conto del fatto che Stefano Maderno aveva iniziato a lavorare alla statua fin dal 1599.




San Sebastiano - Giuseppe Giorgetti - Basilica di San Sebastiano fuori le mura

 San Sebastiano -

Giuseppe Giorgetti

Basilica di San Sebastiano fuori le mura -


La statua di San Sebastiano si trova all’interno della Basilica di San Sebastiano fuori le mura, sulla Via Appia Antica, nel quartiere Ardeatino, ed è opera dello scultore Giuseppe Giorgetti.

Giuseppe Giorgetti è stato uno scultore italiano, presumibilmente di origine romana, fratello minore del celebre scultore Antonio Giorgetti, collaboratore di Gian Lorenzo Bernini.

La statua giacente di San Sebastiano viene collocata all’interno della omonima Cappella di San Sebastiano, situata sul lato sinistro dell’altare maggiore, e realizzata nel 1672 su progetto del pittore e scultore romano Ciro Ferri, allievo e collaboratore di Pietro da Cortona.

Il santo viene raffigurato giovane e morente, con il corpo nudo, sdraiato, coperto solo da un panneggio sui fianchi e trafitto dalle frecce del primo martirio. Il capo è chinato all’indietro, con la mano sinistra adagiata lungo il corpo mentre la mano destra poggiata sul petto; le forme del viso e del corpo sono morbide e la muscolatura è ben evidenziata e scolpita. Nella Cappella di San Sebastiano sono altresì conservate le reliquie del santo.

La statua di San Sebastiano viene considerata dalla critica dell’arte come il più grande capolavoro di Giuseppe Giorgetti, e per il notevole pregio sono state avanzate le ipotesi che il modello della statua sia stato fornito dallo scultore Ciro Ferri, progettista della Cappella di San Sebastiano o ancora dallo stesso Gian Lorenzo Bernini.



Achille morente - Filippo Albacini - Accademia di San Luca

Achille morente -

Accademia di San Luca

Filippo Albacini - 


La scultura “ Achille morente”, fu eseguita dallo scultore Filippo Albacini e firmata e datata in una targa scolpita sulla base con iscrizione a lettere capitali: FILIPPO ALBACINI FECE ROMA 1854. 

La monumentale scultura Achille morente è la più significativa della produzione, relativamente scarsa, di Filippo Albacini. La figura nuda giacente è caratterizzata da una poderosa monumentalità neoclassica e da una perfezione anatomica ispirate ai modelli canoviani. 

L’autore infatti, figlio del più noto scultore Carlo, celebre tra l’altro per avere restaurato i marmi della collezione Farnese,  dopo essersi formato presso lo studio paterno, risentì fortemente dell’influsso di Antonio Canova, che lo sostenne per la sua nomina ad accademico di San Luca (7 aprile 1811).  

La presente scultura fu iniziata negli anni ’90 del Settecento e rimase nello studio dell’artista alla sua morte e fino al 1890, quando viene descritta come non finita. Essa incarna al massimo livello l’ideale classico perseguito dal suo autore.  

Un’altra versione dello stesso soggetto è conservata a Chatsworth, e fu eseguita per il duca del Devonshire nel 1823. Considerando la strettissima somiglianza tra le due versioni si potrebbe ipotizzare che l’opera dell’Accademia di San Luca sia stata accantonata a causa del grave difetto del marmo presente in una zona nevralgica e molto in vista come il volto dell’eroe, e rifatta completamente per l’augusto committente britannico utilizzando un blocco di marmo privo di imperfezioni.

Creugante , Damosseno e Perseo trionfante - Antonio Canova - Musei Vaticani

Creugante , Damosseno e Perseo trionfante Antonio Canova Musei Vaticani  La statua di Perseo venne realizzata da Antonio Canova tra il 1800 ...